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martedì, 19 ottobre 2010


Cari "Presigenti", vi tiro le orecchie (Parte 3)

In questi casi si dovrebbe iniziare con un “riassunto delle puntate precedenti”, ma, considerato che le puntate precedenti sono sempre disponibili online, vi evito di dilettarmi in abstract e riassunti. Passiamo al concreto, e torniamo ad analizzare il lavoro dei nostri “Presigenti”. Abbiamo trovato, tra mille difficoltà, gli allenatori ed abbiamo fissato degli obiettivi, ambiziosi ma realistici. Adesso inizia la stagione e le società di trovano ad affrontare una fase delicata almeno quanto le due precedenti. La gestione. Le squadre si allenano con i rispettivi coach, gli orari delle palestre ci sono, i palloni anche, tutti sanno cosa si punta a fare nel corso della stagione. Ma in questi momenti, quando tutto pare avviato, ecco i primi problemi. Problemini o problemoni, a seconda di quanto si è stati bravi nelle due fasi precedenti. Il ragionamento va diviso in due parti. Iniziamo ragionando su gruppi evoluti. Evoluti non tecnicamente parlando, ma come età. Quindi over 20, circa, fuori dalle categorie giovanili. Quelle che io definisco le squadre dei compromessi: giocatrici o giocatori che lavorano, altri che hanno impegni universitari, altri che hanno figli da accudire. Atleti e atlete concordano con i presigenti l’impegno, a seconda delle categorie, delle ambizioni e delle esigenze degli allenatori. E qui nascono i primi problemi: se qualcuno salta due allenamenti di fila il sabato gioca? Chi è pagato (o ha dei rimborsi spese) deve per forza stare in campo? Poi, nel corso della stagione: “non gioco mai, cosa resto a fare?” Le società devono saper gestire al meglio le proprie risorse: ritengo che l’unico modo per farlo sia la chiarezza. Ad inizio stagione ci vuole grande trasparenza e grande onestà. Un presigente deve comunicare al proprio atleta in maniera chiara: chi allena, quali sono gli obiettivi, qual è l’impegno, quali sono i paletti oltre i quali non si può sgarrare. E a sgarrare non devono essere solo i giocatori, ma anche i Presidenti: se vengono promessi X euro, quelli devono essere. Non X meno Y, perchè si è perso, o X tra 12 mesi, o X più Y ma solo se resti un altro anno. So che siamo in Italia, ma così non va bene. Gestire le squadre over, inoltre, richiede tanto buon senso e tanta malleabilità. Ma passiamo alla seconda parte del ragionamento, che riguarda le squadre under. E qui il discorso si fa ancora più complesso. Prima, infatti, i Presigenti si trovavano a dover gestire “solo” atleti e atlete. Ora si trovano a dover dare risposte sì ad atleti e atlete, ma anche ai loro genitori. Perchè, autonomi e maturi finchè vogliamo, ma i ragazzini almeno fino ai venti anni dipendono in tutto e per tutto dai genitori. Primo problema, che chiameremo “la sindrome di Kaziyski”: quelli che sono convinti di avere un figlio/a fenomeno. E qui i Presigenti meriterebbero il Nobel per la pazienza, per tutte le volte che vanno a spiegare che le scelte dell’allenatore non vanno discusse, che c’è tutto il tempo per andare in serie A e che ci sono anche altri atleti meritevoli di attenzioni. Secondo problema, che chiameremo “la sindrome di Velasco”: quelli che sono convinti di essere dei grandi allenatori. Non sono rari, e sono assolutamente spettacolari. In tribuna sono solitamente come una pentola di pasta e fagioli, borbottano, si siedono dove c’è una maggiore densità di spettatori per avere un uditorio più numeroso, fumano tra un set e l’altro, contestano l’arbitro e sono i re del “te l’avevo dit”. Solitamente l’analisi post partita non si basa sui numeri di DataVolley, ma su sensazioni e convinzioni: “abbiamo sbagliato troppe battute”, “non c’era grinta”, “non c’era voglia di giocare”, “finché gioca quello/a non andremo da nessuna parte”. Le frasi vengono dette ad alta voce proprio perché il Presigente possa sentire. Il terzo problema, alla quale non daremo un nome perchè non mi viene in mente: quelli che non si vedono per tutto la stagione. E, di conseguenza, non creano grossi problemi. Un po’ ho scherzato, sia chiaro, perchè la grande maggioranza dei genitori che i Presigenti si trovano a gestire non sono così, anzi. Spesso sono madri e padri che vengono coinvolti all’interno della società, che aiutano e collaborano. A loro, tanto di cappello. Infine una considerazione: le quote di iscrizione. Parlando un po’ con varie società direi che la forbice di prezzo per iscrivere un ragazzo in una società di pallavolo va dai 200 ai 300 euro l’anno. Se posso, una miseria. Ad un atleta tutte o quasi le società forniscono tuta, borsa, maglietta da gioco e un paio di maglie da riscaldamento. E solo con il materiale metà della quota è coperta. Poi le società danno allenatori, palestre, palloni, partecipazioni ai campionati oltre ad una quantità enorme e non quantificabile di valori. Il tutto per 20 o 30 euro al mese. Ribadisco, una miseria.

Non voglio trattenervi oltre. Solamente vi dico che ci sarà una quarta ed ultima ("evviva", direte voi...) puntata su questo tema dei Presigenti. E riguarderà, in un certo senso, il luogo che ospita questo blog, ovvero internet. Siti web e comunicazione, infatti, saranno il prossimo argomento.

martedì 19 ottobre 2010, 17:49 | commenta (0)

martedì, 5 ottobre 2010


Cari "Presigenti", vi tiro le orecchie (Parte 2)

Rieccoci, amiche e amici del volley, per la seconda puntata del blog dedicata ai “Presigenti”. Ci eravamo lasciati, una settimana fa, alla scelta dei più stretti collaboratori delle società, ovvero gli allenatori. Abbiamo parlato di soldi e di curriculum, ora vorrei entrare nel merito della stagione sportiva. Una volta “eletto” l’allenatore, presidenti e dirigenti si trovano a dover dare gli obiettivi e le priorità. Un aspetto delicato e importantissimo, almeno quanto la scelta di un mister. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Queste le domande da porsi all’inizio di ogni stagione. E le risposte sono dei Presigenti, in accordo con gli allenatori. Forse una sfumatura, ma un aspetto secondo me fondamentale: devono essere le società a porre gli obiettivi ai vari allenatori e non, come spesso accade, il contrario. Naturalmente l’opinione del tecnico è importantissima, ma non decisiva. Gli allenatori vanno e vengono, sono spesso vanitosi e prime donne, quindi è indispensabile che la strada da percorrere sia indicata dalle società. Una strada che può cambiare nel corso dell’anno, ma è importante scegliere bene all’inizio. A questo punto i Presigenti devono togliersi la sciarpa e posare la trombetta, smettere i panni dei tifosi e ragionare da manager, valutando con attenzione ed oggettività le risorse umane a disposizione. Un contro è avere delle ambizioni - legittime - un altro è avere degli obiettivi. Che si parli di un giovanile o di una prima squadra le valutazioni da fare sono molte. Capire a che punto si è, a che punto sono le altre squadre e a quel punto porsi un obiettivo. Starà poi al dipendente, ovvero all’allenatore, studiare il modo migliore per raggiungerlo, dando al proprio gruppo obiettivi singoli e di squadra, tecnici e agonistici, mentali e di classifica. Motivare e far capire i perchè di una scelta è compito del mister, ma il tutto deve essere finalizzato al raggiungimento degli obiettivi concordati con i Presigenti. Generalizzando, in questo periodo sento parlare di tre macro aree: “Vogliamo crescere”, “Vogliamo divertirci”, “Vogliamo mantenere la categoria”. Difficile che qualcuno di dica “Vogliamo vincere”, sia in ambito giovanile sia in ambito di prima squadra. Chiaro, esporsi vuol dire rischiare figuracce. E’ più facile “nascondersi” dietro una delle tre frasi di cui sopra. Tuttavia due dei tre obiettivi stagionali citati, i primi due nello specifico, di fatto non vogliono dire nulla. Quando si ha una squadra molto giovane si dice “Vogliamo crescere”, quando si ha una squadra molto vecchia si dice “Vogliamo divertirci”, quando si ha una squadra scarsa si dice “Vogliamo mantenere la categoria”. Se io fossi un Presigente? Beh, parlerei di queste tre macro aree: “Vogliamo iniziare l’anno con un gruppo di - ad esempio - 14 giocatrici/giocatori e finirlo con 14 persone in palestra”; “Vogliamo fare in modo che chi ha voglia di fare sport in un certo modo possa farlo”; “Vogliamo vincere più partite possibili”. Il punto 1 implica aspetti sociali dei quali solitamente non si parla. E’ più facile mandare a casa chi non ha voglia, chi è alto meno di un metro e mezzo o chi ha delle lacune tecniche incolmabili. Io credo che una grande vittoria per società e allenatori sia riuscire a coinvolgere queste persone, tenerle in palestra, ritagliare loro un ruolo, magari al di fuori del campo di gioco. Il tutto con sincerità, chiarezza e oggettività. Il punto 2 implica la meritocrazia (ahimè, questa sconosciuta in Italia, non solo in ambito sportivo): hai dei mezzi, hai voglia, hai capacità? Allora è giusto che con te si lavori in modo più attento. Il punto 3 è il succo dello sport: in campo si va per vincere. E, se si vince, tutto è splendido. Altrimenti puoi essere nella società migliore del mondo, puoi avere l’allenatore più supercalifragilistichespiralidoso del globo, puoi avere i compagni o le compagne più simpatiche dell’universo, ma, se non vinci, difficilmente ricorderai quella stagione.

A questo punto l’allenatore c’è e l’obiettivo stagionale anche. Nella parte 3 del blog andremo a fare i conti con l’oste, ovvero con gli atleti (se si parla di prime squadre) e con i genitori (se si parla di giovanili).

martedì 5 ottobre 2010, 14:01 | commenta (0)

L'autore

Matteo Lunelli scrive di pallavolo da anni per il quotidiano l'Adige, seguendo in particolare la realtà regionale. Ex giocatore, è allenatore di secondo grado.

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Si occupa della pallavolo regionale, dal minivolley alla serie C, in tutte le sue mille sfaccettature, temi che toccano giocatori, arbitri, dirigenti e allenatori.

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