VOLLEY Muri ad opzione
sabato, 27 novembre 2010
Quello che conta veramente
La tecnica, la testa, il fisico. Sono queste le tre macro aree sulle quali bisogna lavorare nello sport. Ce ne sarebbe una quarta, ovvero la tattica, che però è molto legata alle tre di cui sopra, in particolare alla prima. E, volendo, ne individuo un’altra, che definirei la gestione: rapporti con i collaboratori, con la società, con la stampa, organizzazione. Ogni allenatore, in tutti gli sport e quindi anche nella pallavolo, deve sapersi occupare di tutti questi aspetti, in partita e durante la settimana di allenamenti. I più fortunati possono avere un collaboratore per ognuna di queste: un preparatore atletico che si occupi della parte atletica, uno psicologo che segua gli aspetti mentali, e un secondo allenatore o scoutman che segua tecnica e tattica. Ma in che percentuale è importante lavorare su questi tre aspetti? Cosa conta di più? Cosa bisogna curare con maggior attenzione? Ogni allenatore ha le proprie caratteristiche: ci sono mister straordinari dal punto di vista tecnico, che individuano subito problemi e soluzioni, ma che sono disastrosi nell’aspetto motivazionale e mentale. Altri, al contrario, bravissimi come “mental trainer” ma scarsi dal punto di vista della preparazione atletica. Altri, ancora, bravissimi nella gestione della partita e nei rapporti con “l’esterno”, ma che di pallavolo - ahiloro - non ci capiscono nulla. Torniamo alle percentuali. Penso che ogni categoria richieda attenzioni diverse. Una D maschile e un under 16 femminile sono diverse. Una C femminile e un under 14 maschile lo sono altrettanto. Un mio amico allenatore, discutendo di volley, mi ha sempre detto che «il 90% delle risposte sono tecniche». Da un certo punto di vista non posso dargli torto: se una giocatrice o giocatore conosce bene il gesto da eseguire, non sarà importante l’aspetto mentale o quello fisico. Esempio? Sì dai, che mi piacciono tanto. Se un atleta è un fenomeno al servizio e sa perfettamente come mettere la mano, come lanciare la palla, come usare la spalla, potrà andare sulla linea dei nove metri pensando a Pamela Anderson (o a Brad Pitt) e pesare 176,8 Kg ma inevitabilmente riuscirà a mettere la palla con precisione sulla riga di posto 2. Ok, esempio facile. Ma se parliamo di un muro o di una ricezione? Nel primo caso l’aspetto fisico conta enormemente: posso essere motivatissimo, posso sapere perfettamente come mettere le mani, ma se sono alto un metro e mezzo e devo stampare Juantorena diventa piuttosto difficile (a meno che non sia l’Osmany dell’altro giorno in Champions...). Proviamo a dare un po’ di numeri («Valà che li hai già dati» - direte voi, e non posso darvi nemmeno torto). Prima distinzione, maschile e femminile. Nel maschile di alto livello, dalla D in su, direi: 50% fisico, 40% tecnica, 10% testa. Nel femminile l’esatto contrario: 50% testa, 40% tecnica, 10% fisico. Ah, vi ricordo che stiamo parlando di volley, non di trovarsi la morosa: in quel caso le percentuali varierebbero, diventando 85% fisico, 10% tecnica e 5% testa (il signor B. docet). Torniamo seri. Nel giovanile penso ci siano ulteriori variazioni. Mi sto convincendo sempre più che l’aspetto mentale nella pallavolo sia fondamentale. Se hai la testa giusta e le motivazioni alle stelle, quel bagher lo farai giusto e quell’attacco lo metterai a terra. Soprattutto nel femminile: un sms “sbagliato” ricevuto prima della partita o una presenza “sgradita” tra il pubblico, cambiano enormemente il rendimento di una ragazza. Noi uomini tendiamo a sbattercene di più di questi aspetti. E’ altrettanto vero che, per un allenatore, lavorare sul cervello (e sul cuore) di atlete e atleti è difficilissimo. Se qualcuno fa male il bagher, si fanno 10 esercizi specifici, 1.000 colpi al muro, e la tecnica è migliorata (magari!). Se qualcuno salta poco, via con 10 giri di corsa e 300 addominali e il fisico è migliorato (magari!). Ma se qualcuno è in crisi, sbaglia sempre dopo il venti, rischia il collasso ogni volta che mette piede in campo? Come fare? YouTube e Google, pur inserendo “giocatore in crisi vorrei mi facesse 35 punti”, non offrono soluzioni adeguate. E quindi? Bisognerà parlare con i giocatori, confrontarsi, capire e offrire soluzioni, motivare e dare obiettivi. Ma per farlo e riuscire nell’obiettivo, sono indispensabili carisma, comunicatività e intelligenza. Doti non certo comuni.
domenica, 21 novembre 2010
Ti ricordi quella volta che hai tirato a canestro?
«Ragazzi, domani verrà ad allenamento un nostro amico. E’ alto, potrebbe imparare a schiacciare forte e farci vincere tutte le partite. Bisogna un po’ insegnargli, ma, fidatevi, è simpatico». Quindici, sedici, o diciassette anni fa. Mi pare di ricordare fosse under 14, e la frase l’hanno detta un paio di miei compagni, in spogliatoio, probabilmente al Prati o al Tambosi, dove ci allenavamo. Parlavano di Ricky, o Zucco, o Zucchino. Il giorno dopo sarebbe venuto ad allenamento un nuovo compagno. Era amico dei nostri amici, quindi, per la proprietà transitiva degli ambienti sportivi, era già anche amico nostro, di tutta la squadra, ancor prima di conoscerlo. Poi, nel tempo, amici lo si è diventati veramente. Insieme, tutti insieme, abbiamo condiviso le vittorie e le sconfitte, ma soprattutto un percorso, il cammino della vita, direbbero i catechisti. All’inizio, a Ricky ne abbiamo fatte di tutte i colori. Ai Nazionali a Pisogne, gli scherzi in albergo e in spogliatoio, perchè era il suo battesimo ufficiale. Lui non era chiassoso e casinista, era tranquillo e pacato. Ma in campo, passo dopo passo, ha saputo ritagliarsi il suo spazio, fino a diventare decisivo, anno dopo anno. Si è guadagnato il posto da titolare: era alto, sì, ma con sudore ha imparato a schiacciare e ricevere, a battere e murare. Ma non è certo di tecnica che si vuole parlare. Un volta ne ha combinata una incredibile. E ogni volta che ci si incontrava, con lui e con gli altri compagni, si ricordava quell’episodio, scherzando e ridendo. Anche se tutti sapevano esattamente come finiva la storiella, ogni volta si rideva più forte, e ogni volta si aggiungeva magari un particolare, per rendere la cosa ancora più simpatica. Eravamo al Prati, in under 18 probabilmente. La nostra palestra. I nostri genitori in tribuna, le prime ragazze che facevano capolino timidamente sugli spalti. Ma noi, uomini tutti d’un pezzo, eravamo concentrati sulla partita, non c’era tempo per guardarle o salutarle. Ricky era al servizio. Maglia arancioblù. Un numero doppio, forse il 14, ma il tempo passato non mi aiuta. L’arbitro fischia, ma nello stesso momento l’allenatore avversario chiede un time out. Ricky non guarda l’arbitro, guarda l’allenatore. «Che palle, chiama tempo prima che io batta: lo fa per togliermi la concentrazione. Vabbè, andiamo in panchina a bere e a sentire cosa deve dirci l’allenatore». Avrà pensato questo Zucchino, poco ma sicuro. E a quel punto cosa si inventa? Palleggia la palla a terra, finta di corpo, e tiro a canestro in terzo tempo. Ma l’arbitro aveva rifiutato il time out alla squadra avversaria, e quel fischio era per la battuta. Cavoli, l’aveva combinata grossa. Non tanto per il punto perso: quello, pfui, chi se ne frega! Tanto eravamo forti e la partita l’avremmo vinta comunque. Ma lo stress di sentire per tutta la settimana i compagni a ricordare quell’episodio. No! Cavoli. Quell’anno di under 18 avevamo deciso insieme di farci crescere i capelli. Era fine anni Novanta, le prime cassette di vero rock, la kefiah al collo, in inverno ma anche in estate. Il capelli lunghi erano d’obbligo. Una volta siamo andati in città, prima della partita, per comprarci degli elastici per fare il codino, obbligati dell’allenatore: «se perdiamo un solo punto perchè dovete star lì a pettinarvi le folte chiome, mi incazzo». Sarebbe stato decisamente più intelligente comprarsi degli elastici che non sperimentare le ire funeste del coach. Uno arancione e uno blu, magari. Come la maglietta: spirito d’identità e di appartenenza. Tu sostenevi che bisognasse aspettare che qualche ragazza, possibilmente carina, ce ne regalasse uno. Fosse successo, avremmo avuto anche di chè bulleggiarci in spogliatoio. Io, più realista, ho preso mille lire e ti ho portato in città a comprarli. Anche le lenti a contatto per giocare eravamo andati insieme a prenderle: tutta colpa delle magliette delle squadre avversarie, con il numero sul petto piccolissimo, e impossibile da vedere per noi miopi dalla linea dei nove metri. Quegli anni, che anni. Poi c’è stata l’Università, tu eri forte e sei andato a giocare anche in serie B, la nostra squadra si è sciolta, per un po’ ci si è persi di vista. Ma quei successi, tutte le partite, le trasferte, i due Nazionali, tu (voi) del Galilei che passavi prima al Da Vinci a “raccattare” un paio di amici, e poi arrivavi al Prati. Si parlava di pallavolo, della squadra, ma anche delle nostra vita, dei sogni, di politica, di musica e di ragazze. Ieri, io e tutti gli altri, abbiamo ripensato a quei tempi. Abbiamo ricordato quando hai tirato a canestro invece di battere. L’abbiamo fatto con un sorriso, ma con dentro una rabbia che non ti puoi immaginare. Ho chiesto a loro il permesso di scrivere queste righe. Ai tuoi amici, ai nostri amici.
giovedì, 11 novembre 2010
Dove finisce il divertimento ed inizia lo sport
Nella vita, in ogni suo aspetto, è sempre difficile capire dove finisce qualcosa ed inizia qualcos'altro di diverso. Vale per il lavoro, vale per l’amore, vale per la salute e vale, naturalmente, per lo sport. Diciamocelo: lo sport non è mai preso troppo sul serio, tanto più se si parla di pallavolo. Viene visto, da tante persone, come un passatempo, uno svago, un divertimento. «Che lavoro fai?» «Sono un allenatore», oppure «Sono un giocatore», o ancora «Sono un dirigente di una società di pallavolo». E qui il vostro interlocutore, senza dirvelo magari espressamente, sorriderà e penserà: «Mah, io intendevo dire che lavoro fai veramente». Ecco, oggi vorrei parlare di questo. Della professionalità. Della professionalità di allenatori e giocatori, di ogni livello e categoria. Perché, almeno dal mio punto di vista, non bisogna essere professionali solo se si gioca o se si allena in serie A, bisogna esserlo anche in Terza Divisione. Ok, so benissimo a cosa state pensando: “ma mica prendo soldi per giocare o allenare a quei livelli”. Cosa vuol dire? La professionalità di una persona è legata all’ingaggio? Vuol dire che se mi pagano 1.000 euro per un articolo sono un giornalista bravissimo e se invece me ne danno 10 o 0 sono un disastro? Credo, inoltre, che molto legato al concetto di professionalità sia quello di rispetto. Rispetto per gli altri, per i compagni o le compagne, per i collaboratori, per chi fa qualcosa, che sia tanto o poco, che sia pagato o no. Rispetto per lo sport. Rispetto per quel rettangolo di gioco con una rete e due pali nel mezzo. La pallavolo, parlando di basso livello (dalla serie C in giù, fino alle giovanili, anche se serie B e A non sono del tutto “esenti” dal discorso), viene vista come un divertimento. Il concetto di divertimento è poi molto vago: quando giocavo mi divertivo quando lasciavo un attaccante senza muro, quando facevo un ace, quando difendevo, quando la giravo di seconda. Quando qualcuno batteva sotto la rete (e immancabilmente si sentiva urlare “pasteee”: ecco questa è una cosa che odio profondamente. Sarò fatto male io, ma la odio tantissimo) io non mi divertivo per nulla. Quando qualcuno mi racconta che ha tirato un fagiano la cosa non mi diverte. Peggio ancora, quando qualcuno dice di essersi bevuto 100 birre la sera prima della partita, non mi diverte. Sarò “talebano” e “bolscevico”, lo ammetto, ma il lato caciarone e cazzaro (si può scrivere “cazzaro” su un blog?) della pallavolo trentina non mi piace. Non mi piace proprio perchè va in netto conflitto con i due concetti di cui sopra, ovvero professionalità e rispetto. Ma, dove finisce il divertimento (soggettivo) ed inizia lo sport? Lo sport inteso come sacrificio, rispetto delle regole, lavorare insieme per un obiettivo comune, impegno, preparazione. Credo che in questo sia determinante la figura dell’allenatore. Sta a lui capire persone e situazioni, chiedere quel qualcosa in più ai propri giocatori, dare obiettivi tecnici, singoli e di squadra. Sta a lui, soprattutto, far capire dove finisce il divertimento e dove inizia la pallavolo.
lunedì, 1 novembre 2010
Cari "Presigenti", vi tiro le orecchie (Parte 4)
E’ inevitabile: se state leggendo questo blog sapete navigare in internet. Magari, ogni sabato notte, dopo la partita e la pizza di rito, accendete il vostro pc e fate un giro su questo sito, su quello della Federazione e su quello delle altre società per vedere i risultati e leggere le cronache delle partite. E magari, proprio in quel momento, pensate: ma perchè la mia società non ha un sito? Oppure: perchè sul mio sito non ci sono articoli frequenti, foto belle, informazioni, ritagli di giornali e sondaggi? A questo punto, molto spesso, spegnete il pc dicendo fra voi e voi: “Troppo impegno tenere un sito, preferisco risparmiare e poi, in fin dei conti, non serve a niente”. E qui sbagliate! Proprio in quel momento, invece, dovreste convincervi dell’importanza di avere un sito del vostro gruppo sportivo e iniziare ad organizzarvi in tal senso. Se fino a qualche anno fa avere uno spazio internet poteva essere un vezzo, utile solo per le squadre dalla serie B in su, adesso non è così. Il sito è il primo vostro biglietto da visita, nei confronti delle vostre atlete e atleti, degli allenatori, delle famiglie e degli sponsor. Vediamo la situazione, lasciando perdere le società di serie A e B, ma soffermandoci solo sul movimento regionale, ovvero fino alla C e giovanili. E, poichè la stagione è appena iniziata (non per tutti), rivolgo lo sguardo all’anno scorso. Quante società di serie C e D avevano un proprio sito aggiornato nella passata stagione? Uno spazio dove trovare le cronache delle partite, qualche intervista, gli organici delle squadre, alcune fotografie (tradotto, il minimo indispensabile)? Ahia, e qui casca l’asino. Circa il 30% delle squadre di C e D maschile e femminile, effettivamente, avevano un proprio sito. Ma quanti di questi erano aggiornati con frequenza? Li conto sulle dita di una mano dopo averla passata nel frullatore. Va bene, lo ammetto: il mio non è un discorso del tutto disinteressato, poichè, per lavoro, avere dei siti internet belli, aggiornati e ricchi di informazioni sarebbe veramente una manna dal cielo. Però non è per me che parlo, ma per voi. Non è me che dovete aiutare ma voi stessi. Uno spazio web ben fatto crea affezione nei vostri atleti, li identifica con il vostro progetto, li fa sentire importanti. E ancora, permette ai vostri sponsor di avere dei riscontri e vi permette di avere un’immagine positiva agli occhi degli altri. Ma allora, visto che gli aspetti positivi sono così tanti, perchè le varie società non si adoperano in tal senso? Azzardo alcune ipotesi. Risposta uno. L’età media dei Presigenti. Internet è figlio delle nuove generazioni, diciamo under 40, e quindi molto spesso gli over 40 alla guida delle società non colgono l’importanza strategica della tecnologia nel mondo sportivo. Risposta due. Un sito richiede costanza e dedizione, impegno e investimenti. E questo può essere un - giustificabilissimo - freno. Non c’è cosa peggiore, infatti, di un sito non curato. L’immagine che offre all’esterno è deleteria per la società stessa: pensiamo ad un genitore che, prima di mandare il figlio o la figlia in una squadra, va a vedere il sito di quella società. E si trova uno spazio aggiornato a quattro mesi prima, senza foto, senza informazioni o con informazioni vecchie. Il primo pensiero sarà “Se questi si dimenticano che sono passati quattro mesi dall’ultima news chissà se si ricorderanno di portare i palloni in palestra”. Passiamo alla pratica. Costi. Creare un sito richiede una spesa iniziale, indicativamente tra i 500 e i 1.000 euro (ovviamente se si vuole di più a livello di grafica e funzionalità si deve spendere di più). Ma è una spesa che va fatta il primo anno, in quelli successivi sarà almeno dimezzata se non vicina allo zero. Poi i costi di mantenimento: una o più persone che inseriscano materiale e notizie e magari un fotografo che faccia alcuni scatti da pubblicare, sia in gioco sia mezzibusti. Anche in questo caso i costi sono molto ridotti, se si riesce a coinvolgere qualche persona che si prenda l’incarico di occuparsi di questo. Quindi, cari Presigenti, comunicare è estremamente importante. Farlo bene è estremamente difficile, ma perchè non provarci?
Con questo intervento chiudo la quadrilogia dedicata ai Presigenti. Non vi era la presunzione nè la volontà di insegnare o di criticare, ma spero che alcuni degli spunti possano essere stati utili anche ad una sola persona. Certamente alcuni argomenti avrebbero necessitato maggiori approfondimenti, ma chissà che non possa farlo in seguito.
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L'autore
Matteo Lunelli scrive di pallavolo da anni per il quotidiano l'Adige, seguendo in particolare la realtà regionale. Ex giocatore, è allenatore di secondo grado.
Di cosa si parla
Si occupa della pallavolo regionale, dal minivolley alla serie C, in tutte le sue mille sfaccettature, temi che toccano giocatori, arbitri, dirigenti e allenatori.
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